| Cassazione: no a estradizione 19enne |
| Rumena era stata condannata al carcere quando era minorenne |
(ANSA) - ROMA, 26 MAG - La Cassazione ha bloccato l'estradizione verso la Romania di una 19enne condannata al carcere per furto nel suo Paese, quando era minorenne. La Suprema Corte sostiene che - per dare il via libera al rimpatrio di persone minorenni - deve essere provato che, nel loro paese d'origine, il processo si e' svolto con un'indagine 'sulla personalita' e maturita'' degli adolescenti rinviati a giudizio. |
04 apr 10:50 Esteri ( Corriere della Sera.it )
PECHINO - Funzionari tibetani a scuola di comunismo. Lo ha deciso il partito comunista cinese per rinsaldare la fedelta' a Pechino delle autorita' preposte alla sicurezza in Tibet. Secondo l'agenzia di stampa cinese Xinhua, si tratta di un modo per contrastare il separatismo nella regione, teatro nelle scorse settimane di violenti scontri tra polizia e manifestanti. (Agr)

| Prodi, no conferenza stampa finale |
| Vuole tener fede al principio di non dare vantaggi indebiti |
(ANSA) - ROMA, 28 MAR - Il presidente del Consiglio Romano Prodi rinuncia alla conferenza stampa finale al termine della campagna elettorale.Secondo quanto si apprende in ambienti di Palazzo Chigi Prodi rinuncia per tener fede al principio che il capo del governo non dovrebbe chiudere una campagna elettorale dando un 'indebito vantaggio' alla sua parte politica. Vantaggio che il professore contesto' nel 2006 all'allora presidente del Consiglio Berlusconi. |

| Bush, Cina parli con Dalai Lama |
| Il presidente non aveva parlato dell'argomento fino adesso |
(ANSA) - WASHINGTON, 28 MAR - Il presidente Usa George W. Bush ha detto oggi che e' 'interesse del governo cinesi parlare con i rappresentanti del Dalai Lama'. Bush ha detto anche, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, di aver sollecitato il presidente cinese Hu Jintao, in una recente conversazione telefonica, a 'usare moderazione' nell'affrontare le proteste nel Tibet. Fino adesso Bush solo aveva espresso il suo pensiero sul Tibet attraverso i portavoce. |

| Alitalia: Prodi, avanti con AF |
| Nei prossimi giorni sapremo se si puo' concludere o no |
(ANSA) - FRIBURGO (GERMANIA), 28 MAR - Le trattative con Air France continuano afferma il presidente del Consiglio Romano Prodi. E' arrivato il momento di una 'analisi approfondita' per la vendita di Alitalia. 'Le trattative continueranno, sapevamo fin dall'inizio che non erano facili e l'analisi sara' approfondita. Nei prossimi giorni sapremo se c'e' una possibilita' di conclusione o no. I sindacati hanno cominciato solo da poche ore a prendere in esame la proposta Air France'. |
) danno il divario in aumento.
qui a fianco riportato, un tale C.A. (per riservatezza visto le drammatiche condizioni vissute dallo stesso e la causa in corso contro Madre Natura da lui promossa non pubblico il nome per intero) ,state attenti alla mozzarella alla diossina, causa danni gravi e permanenti......
, io ho interpellato persino il Dottor House per il povero C.A. ma persino House ha rinunciato.....

Bruxelles, 14 mar. (Apcom) - "Quello che accade in Tibet ci preoccupa molto". Lo ha detto il ministro degli Esteri Massimo D'Alema oggi a Bruxelles al termine del Consiglio europeo, "chiediamo alla Cina - ha continuato - di porre fine alla repressione e di avere rispetto dei diritti dei tibetani e delle loro tradizioni".
"Noi siamo impegnati, da tempo, per la riapertura di un dialogo tra Tibet e Cina" ha poi aggiunto. A chi gli chiedeva se vedesse similitudini con la durissima repressione delle manifestazioni avvenuta lo scorso anno in Birmania, D'Alema ha risposto che "quanto avviene oggi in Tibet non è uguale a quel che avvenne in Birmania, e comunque la comunità internazionale deve lavorare per scongiurare una prospettiva così tragica".
Secondo D'Alema infine "includere la Cina nella comunità internazionale è importante anche per indurla al rispetto dei diritti umani".
TIBET: D'ALEMA, BOICOTTAGGIO OLIMPIADI? SI DISCUTA IN SEDE UE
ROMA - Nulla da fare: il presidente del Consiglio, Romano Prodi, non incontrerà il Dalai Lama, in questi giorni in Italia e da mercoledì a Roma per l’incontro in Campidoglio fra i Premi Nobel. La conferma arriva dallo stesso premier, all'indomani dell'incontro tra il leader tibetano e il sindaco di Milano Letizia Moratti, che ha fatto insorgere la Cina.
«IMPEGNI PRECEDENTI» - In una lettera di risposta alla sollecitazione rivolta a Prodi dall’intergruppo parlamentare per il Tibet affinché incontrasse il leader religioso buddista, il premier precisa che «precedenti ed inderogabili impegni internazionali, legati alla mia partecipazione alla firma del nuovo Trattato dell’Unione Europea e al Consiglio Europeo non mi consentiranno di essere a Roma nei giorni in cui si terrà l’incontro dei Premi Nobel, cui è prevista la partecipazione del Dalai Lama». Il presidente del Consiglio si fermerà a Lisbona fino a giovedì per la cerimonia della firma del Trattato dell'Unione Europea. La sua risposta negativa arriva nello stesso giorno in cui il Comitato olimpico internazionale ha detto no alla partecipazione alle prossime Olimpiadi di Pechino di una squadra autonoma del Tibet.
«SCELTA IMPRUDENTE E SBAGLIATA» - Il mancato incontro tra Prodi e il Dalai Lama è giudicato un'occasione perduta dall'Intergruppo parlamentare per il Tibet, che evidentemente non considera una giustificazione sufficiente il fatto che il premier si trovi momentaneamente a Lisbona. «La visita del Dalai Lama - ricorda Bruno Mellano, deputato radicale della Rosa nel Pugno e coordinatore dello stesso intergruppo - è infatti iniziata il 5 dicembre durerà sino al 17 dicembre: sono certo che il Dalai Lama avrebbe, con un sorriso, modificato il proprio programma di incontri e di iniziative, per incontrare il Presidente del Consiglio italiano. La lotta nonviolenta dei tibetani meritava maggior considerazione». Mellano ha inoltre evidenziato come l'organismo parlamentare da lui guidato «aveva sottolineato l'importanza e la valenza politica dell'incontro e dell'eventuale mancato incontro fra il Dalai Lama ed il capo del governo italiano». «Dopo le visite negli USA, in Canada, in Austria ed in Germania e dopo gli incontri con Bush, Harper, Gusenbauer e Merkel - ha fatto notare il deputato radicale - Roma si trova ad interrompere una serie di vertici ad alto livello, accettando di fatto i veti cinesi proprio nell'anno che va verso le Olimpiadi di Pechino. Credo si tratti di una scelta imprudente e sbagliata».

Il Dalai Lama e il sindaco di Milano, Letizia Moratti (Omega)
lo disse Ronald Reagan, incazzato per alcune figuracce dell'esercito americano.
Chi scrive crede che l'unica concreta soluzione per la crisi irachena fosse quella individuata ormai quattro anni fa da Marco Pannella.
" Irak libero " consistente nell'esilio del dittatore e dei suoi intimi unitamente all'instaurazione di un 'amministrazione sotto il controllo ONU avrebbe , forse, evitato il bagno di sangue seguito all'intervento anglo-americano.
Il beneficio del dubbio è lecito visto il sabotaggio che la proposta ( in realtà seriamente presa in considerazione da molti ambienti , occidentali e non ) ha subito , come provano le recenti rivelazioni dell'ex-Premier spagnolo Josè Maria Aznar.
Ciò premesso, non posso non rimarcare il silenzio imbarazzato che circonda i primi, timidi, segnali di inversione di tendenza nel mattatoio iracheno.
Negli ultimi due mesi la strategia di contrasto alla guerriglia terroristica qaedista e post-saddamita sta incontrando un certo successo.
Le faide interetniche sciiti-sunniti sembrano allentarsi, i segnali di normalità si moltiplicano...
Lo afferma un reportage del " New York Times " , giornale mai tenero con la decisione dell'amministrazione Bush di rovesciare il regime del satrapo iracheno.
Da noi queste rivelazioni sono state minimizzate con estremo imbarazzo dagli stessi che , quotidianamente, fino a non molto tempo fa ci ammannivano cadaveri dilaniati e sgozzati a profusione.
Il tutto, evidentissimamente, per criticare l'inutilità della guerra e per dire , in fin dei conti, " era meglio quand'era peggio ".
Chi se ne frega se , a causa di ciò, qualche centinaio di migliaia di civili veniva efficentemente massacrata in ogni dove dello sfortunato paese mediorientale?
Almeno le dittature non enfatizzano troppo la morte, vuoi mettere quei sadici americani?
Non hanno nulla da dire tutti quei difensori dei diritti umani a corrente alternata, pronti ad indicare Guantanamo e Abu Ghraib, ma silenti sull'uso dei gas, sulle fosse comuni di tutti i regimi attaccati dalla " criminale " macchina da guerra yankee?
E se , a volte, la democrazia si esportasse sulla punta delle baionette, anche se altre armi sarebbero preferibili ?
Qualche dubbio a molti, troppi dovrebbe iniziare a frullare nella mente...
Nel 2004, prima delle ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, Dale Maharidge scriveva:
"La sola paura di un altro attacco terroristico rappresenta di per sé una forza notevole nella politica americana. Ma la paura collegata con la rabbia rappresenta una miscela particolarmente esplosiva.
Gli attentati dell'11 settembre non costituirono semplicemente la genesi, ma un amplificatore di tensioni preesistenti in una economia radicalmente trasformata come quella dell'America, da una potente macchina industriale a milioni di posti di lavoro del genere Wal-Mart. Non è possibile trasferire milioni di lavoratori da posti di lavoro ad alto reddito a lavori a basso reddito senza un costo sociale e politico. Si tratta di una verità fondamentale che è stata ignorata durante lo sviluppo della cosiddetta new economy.
Se andate a scavare fra quanti si dicono a favore della guerra in Iraq e anti-arabi, oppure sminuiscono la gravità dei fatti di Abu Ghraib, ascolterete storie di persone che non hanno diritto al proprio piano pensionistico 401(k) - - storie di assistenza sanitaria carente o inesistente, di posti di lavoro persi. Ci sono attualmente un milione di posti di lavoro in meno rispetto a quando George Bush ha assunto l'incarico, e la diminuzionedei posti di lavoromeglio retribuiti nell'industria manifatturieraè stata sbalorditiva.
[..] Alla vigilia di un'elezione presidenziale, 72 anni dopo quella che vide Roosevelt contrapposto a Hoover, gli americano non insorgono per il cibo, e i veterani senzatetto non marciano su Washington. Ma ci sono altri modi in cui la rabbia può esplodere.
Da trent'anni si è andata sviluppando una tendenza nascosta.
Le cosiddette talk radio rappresentano solo un esempio del modo in cui è cresciuta la rabbia. Nel 1980 c'erano 75 stazioni radiofoniche a livello nazionale interamente dedicate ai talk show. E gli ospiti conservatori non erano poi così numerosi. Oggi ce ne sono 1300, e i conservatori imperversano ovunque. Non è una coincidenza il fatto che la popolarità di questi programmi sia aumentata insieme al declino dell'economia industriale, mentre in seno alla società americana montava la rabbia. Questi programmi non sono stati una causa, ma la risposta al libero mercato.
Quanto è grave la situazione? Durante le elezioni del 2000 ci recammo in Texas e in Tennessee per incontrare alcuni degli 11,6 milioni di bambini ridotti in povertà - il 77 per cento aveva almeno un genitore che lavorava, secondo i dati del Children's Defense Fund. Poiché gli stipendi erano di livello dickensiano, molti genitori erano costretti a elemosinare il cibo dagli enti caritatevoli.
Durante quello che fu definito il periodo di crescita economica più forte della storia, America's Second Harvest - la rete nazionale di banche alimentari - distribuì nel 2000 oltre 450 milioni di chili di prodotti alimentari, più del doppio della quantità distribuita nel 1990. Ma non fu abbastanza: molte delle banche alimentari terminarono le scorte.
La disperazione che trovammo nelle case della classe lavoratrice americana durante quell'anno delle presidenziali fu uguale a quella di cui fummo testimoni tra i senzatetto all'inizio degli anni Ottanta. In molte case andai a spiare nei frigoriferi e li trovai vuoti. Non bisogna mai sottovalutare la rabbia di un genitore che mette a letto un figlio affamato.
Molte delle persone arrabbiate che intervistai dopo l'11 settembre - quelle che ascoltano o guardano volentieri Rush Limbaugh o Bill O'Reilly - sanno che i loro impieghi ad alta retribuzione sono scomparsi per sempre o rischiano di sparire. Il loro umore, immagino, è come quello di chi era a destra negli anni Trenta e che sentiva che l'economia non si sarebbe mai ripresa; Limbaugh, O'Reilly e altri sono i loro Father Coughlins.
E questo non vale solo per chi è alla base della piramide. Un tecnico del software a Portland, Oregon, mi ha raccontato di recente che alcuni dei suoi colleghi sono diventati fortemente di destra, temono per il loro posto di lavoro e sono arrabbiati.
Ci sono decine di milioni di lavoratori americani che vivono in una depressione virtuale, in una Weimar virtuale. La loro rabbia è reale, così come la loro paura. Ignorarla è pericoloso. La destra ha accolto questi sentimenti assumendo posizioni decise con la "guerra preventiva" o intensificando la xenofobia."
Di lì a poco, le osservazioni di Maharidge avrebbero trovato la migliore conferma nella rielezione a Presidente degli Stati Uniti di George Bush, nonostante avesse fino ad allora operato molto peggio di tutti i presidenti del dopoguerra, e forse dell'intero XX secolo. Nonostante il record di affluenza elettorale - che avrebbe dovuto teoricamente avvantaggiare la causa democratica - Bush vinse con un margine di oltre 3 milioni e mezzo di voti, il più ampio che si sia registrato nella storia recente delle elezioni americane.
Il trionfo politico repubblicano sintetizzò due istanze istintive: la paura e l'esigenza identitaria. Gli elettori finirono coll'approvare la sostanziale limitazione dei diritti democratici individuali in nome di una securtarizzazione del senso comune; avvallarono, egualmente, la sistematica disattenzione all'habeas corpus, per cui specifiche interpretazioni legislative permisero la tortura e le molestie sessuali a danno di prigionieri che non erano stati accusati, e tantomeno condannati, per alcun reato. Nemmeno l'assoluta mancanza di trasparenza circa i motivi addotti dalla Presidenza per giustificare l'invasione dell'Iraq - per non dire la mendace pretestuosità che li contraddistinse - ha rappresentato un sufficiente motivo di scandalo e disaffezione.
L'attenzione si concentrò piuttosto sui cosiddetti "temi morali", considerati assolutamente prioritari da quasi un quarto degli elettori americani dell'epoca - la maggior parte dei quali confermò la sua fiducia al presidente uscente. Furono il divieto dell'aborto e dei matrimoni sessuali, fu la promozione dell'insegnamento evangelico nella scuola pubblica e la prospettiva di una politica estera confessionalmente connotata, a determinare il coagulo di consensi attorno ad un candidato che dell'Atto Patriottico aveva fatto un credo ed una bandiera.
Negli Stati Uniti è stata dunque la cosiddetta destra evangelica a veicolare questo serbatoio di consensi identitari, riaffermando in ambito post-moderno quel cardine fondamentale alla società americana che è l'esperienza pietistica dei padri pellegrini fondatori della Patria.
Precarizzazione e disordine sociale rappresentano una realtà vieppiù diffusa anche in Europa, ormai. In Italia, in particolare, gli ordini di problemi sono almeno due.
Da un lato, la società non vanta una coscienza pluriculturale simile a quella degli altri Paesi europei, e tantomeno degli Stati Uniti; le politiche migratorie non godono né di un efficace retroterra coloniale né di un'apertura a modelli di melting pot che facciano della diversità un motivo identitario. Ciò ha contribuito al loro sostanziale asservimento a disordinati interessi industriali, che solo in piccola misura badano alla necessarie esigenze di dignità dei cittadini stranieri immigrati in Italia e di sicurezza sociale dei cittadini italiani lasciati in balìa degli "effetti collaterali" (sic) delle dinamiche migratorie connesse alle logiche finanziarie globalizzanti.
Le tendenze e le pulsioni xenofobe trovano dunque un terreno culturale meno preparato ad affrontarle, ed i cittadini stranieri rappresentano un capro espiatorio maggiormente distinguibile dalla maggioranza della popolazione autoctona.
D'altra parte, una univoca identità culturale di riferimento risulta perlopiù confusa e corrosa. L'Italia patisce la complessità di una processo unificativo recente, che all'interno di una plurisecolare cultura condivisa distingue anime talora assai contrastanti; le quali, ad esempio, sul tema della laicità riconoscono un motivo di disputa e contesa. La cultura cattolica - considerata a ragione uno degli aspetti inamovibili dell'identità europea - è in tal senso troppo antica e radicata nelle istituzioni ecclesiastiche per lasciarsi completamente piegare alle esigenze spettacolaristiche e modernizzanti cui l'evangelismo carismatico si presta spesso con entusiasmo. Inoltre, la cultura italiana contemporanea vi si oppone, concisamente, per almeno due aspetti: un patrimonio anticlericale di matrice risorgimentale e la naturale adesione ad un più o meno tacito modello consumistico-economicistico eterodiretto.
Appare perciò difficoltoso un effettiva maturazione di un'identità coagulante, coerente, che tanto più si pensa genuina e tradizionalmente strutturata tanto meno risulta compatibile colle tendenze disgreganti e spersonalizzanti della cultura contemporanea.
Sebbene questo tipo di questioni si prestino agevolmente ad approfondimenti degni d'ogni interesse, è curioso notare come quei cosiddetti "atei devoti" (sic) autoproclamatisi tutori di una qualche identità nazionale non possano che limitarsi a reiterate, ossessive enunciazioni di vago principio, senza poi poter concretamente calcare una qualche impronta precisa su un fondamento teorico che appare effettivamente inadeguato, se non insicuro.
D'altronde, quest'identità brandita, prontamente invocata a fronte dell'emergenza della diversità - sia essa etnica culturale o religiosa - viene poi silenziosamente riposta dinanzi ai peggiori sintomi di corrosione che infestano la società medesima: dal vertiginoso aumento del consumo di alcool e droghe da parte degli adolescenti e del cittadino medio, alla prosperità degli affari della criminalità organizzata, alla crescita incontrollata degli abusi e delle violenze sulle donne, a partire dal contesto familiare, e via via in tal senso.
Non è forse un caso che sia la Lega Nord a rappresentare una delle espressioni più significative - e maggiormente considerate come tali - di questo schizofrenico paradosso identitario: contro gli immigrati ma anche contro parte della popolazione italiana; di vocazione cristiana ma anche celticheggiante; campanilistica ma anche imprenditoriale su scala mondiale. I maiali di cui si fa promotrice, in fondo, non fanno che veicolare "impurità" ben più gravi e rancorosamente problematiche di quanto non si sospetti.
Una società che non possa immediatamente chiudersi a riccio su un'identità reattiva ed esclusiva lascia dei margini di manovra a quei suoi elementi che non intendessero lasciarsi dominare dalla logica della psicosi collettiva. D'altra parte, una società che non abbia nitida coscienza di seppur vaghi riferimenti cui rivolgersi risulta maggiormente esposta alle peggiori suggestioni xenofobe ed alle più temibili tentazioni pseudo-giustizialiste.
L'occasione è dunque grande tanto quanto il rischio. E' nostro dovere impegnarci nella prima, per scongiurare il secondo.
Ibrahim 'Abd an-Nur Gabriele
Egr. dott. Canfora, Pace su di voi.
Ho letto tra le pagine del Corriere di oggi, sabato 10 novembre, un suo commento [link non ancora disponibile] sull'appello "Gaza vivrà", di cui in questi giorni s'era già occupato il vicedirettore dello stesso giornale.
Per più ragioni (sommariamente esposte, ad esempio, qui e qui) non ho aderito all'appello, pur condividendone l'istanza fondamentale, che lei non discute: la drammatica condizione dei palestinesi abitanti la Striscia di Gaza.
Sono d'accordo con lei, comunque, circa una certa componente ideologica dell'appello, tradita in almeno un paio dei suoi punti; credo che questa finisca per scalzare e compromettere quelle richieste ben più concrete ed urgenti che riguardano la necessaria, doverosa tutela umanitaria di coloro che vivono in un indegno, disumanizzante stato di assedio. Condivido con lei, inoltre, l'improprietà dell'accostamento tra l'attuale situazione del conflitto israelo-palestinese e la storia dell'Olocausto ebraico in Europa; è un'improprietà che riconosco, denuncio e rinnego, innanzi tutto come motivo di indebolimento per la stessa causa palestinese.
Ciò non può però condurre ad ignorare e dimenticare gli abusi e le violazioni che lo Stato israeliano perpetra da decenni in territorio palestinese, ai danni della dignità e dell'integrità fisica e morale dei suoi abitanti.
Brevemente, mi permetto di compiere alcune osservazioni circa i suoi rilievi.
1) Il trasferimento di coloni israeliani dalla Striscia di Gaza non sembra rappresentare un argomento decisivo, sia alla luce delle necessità demografiche che dimostrativamente sostanno a questo provvedimento, sia in conseguenza del sostanziale "riversamento" di molte colonie in Cisgiordania, laddove l'edificazione abusiva e l'esproprio di territori prosegue a ritmo serrato. L'adempimento di un dovere - quale lo sgombero delle colonie israeliane dalla Striscia di Gaza era considerato dai tribunali internazionali - non rappresenta di per sé un merito eclatante, e tantomeno quando a questo adempimento fanno seguito ulteriori e reiterate violazioni.
2) Respingo e combatto la richiesta di distruzione dello Stato d'Israele, ma non posso dimenticare che questa istanza rappresenta una sorta di "carta politica" che, sola, resta tra le mani di gente costretta al minimo della propria dignità civile, per non dire umana.
Dunque - sebbene intenda perseguire il superamento di quest'obiettivo, che ritengo sbagliato e foriero di inutili violenze - debbo contemporaneamente pormi il problema delle condizioni reali che ne possano permettere la reale soluzione e dismissione. Ciò non è chiaramente possibile, alla luce della condizione di assoluta minorità e ristrettezza in cui il popolo palestinese è attualmente ridotto, laddove l'istanza ideologica finisce per rappresentare l'ultima bandiera attorno a cui unirsi.
E' curioso, in tal senso, il sostanziale disinteresse che la Comunità Internazionale sembra aver prestato al "piano saudita", che formulava una dichiarazione di lento ma progressivo superamento dell'identità "distruzionista" di Hamas. Da un lato, dunque, si chiude gli occhi dinanzi ai - pochi - tentativi arabi di superare questo nodo spinoso per tutta la regione, e d'altra parte se ne invoca l'immediato emendamento, con un'ipocrisia pari al disinteresse per le sorti di coloro che, ben prima di porre "condizioni politicamente devastanti e foriere di ulteriori conflitti" sono già politicamente, economicamente e psicologicamente devastati da un'occupazione ormai pluridecennale.
3) Parlare di "squalifica degli elettori palestinesi che si oppongono ad Hamas" suona tragicamente grottesco, alla luce della crudele repressione politica ed economica che la Comunità Internazionale mise in atto a seguito delle elezioni che hanno recentemente visto Hamas largamente vincitrice. Dov'era il rispetto per gli elettori, quando s'è dato prova di uno dei peggiori esempi anti-democratici del "mondo libero", condannando a posteriori elezioni a lungo invocate e comminando sanzioni vergognosamente pregiudiziali?
4) Gli scontri armati tra Fatah ed Hamas rappresentano una tragedia per tutto il popolo palestinese, per gli arabi e per i musulmani di tutto il mondo, nonché per tutti coloro che hanno a cuore l'integrità e la dignità di un popolo vessato da un'occupazione pluridecennale.
Questo ci permette forse di voltare le spalle alle condizioni della popolazione che abita nella Striscia di Gaza? O ci permette di dimenticare gli aiuti internazionali che contribuirono a finanziare questa lotta fratricida? Non c'induce, forse, a moltiplicare gli sforzi affinché la stessa Comunità Internazionale non si ponga pedestremente al seguito di interessi specifici, premiando invece una soluzione di riconciliazione e di reciproco riconoscimento, sia tra le varie anime della resistenza palestinese sia tra i popoli che nella Palestina riconoscono, a diverso titolo, la loro Patria e la loro Terra?
Le questioni irrisolte del conflitto israelopalestinese sono numerose e complesse. Primo tra tutti i rilievi che mi sento di muovere all'appello in discussione, ad esempio, è la totale dimenticanza delle responsabilità del mondo arabo nel mancato appoggio umanitario, politico ed economico al popolo palestinese, e nel mancato perseguimento di una soluzione che non è mai stato seriamente avviato se non per via militare, la meno costruttiva, come la storia ha dimostrato.
Ciò non mi sembra d'altronde giustificare la totale dimenticanza della realtà storica che ha suscitato quest'appello, sia pur parziale e probabilmente tendenzioso. La situazione della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza è una questione che non può essere ignorata, a fronte della progressiva, inarrestabile perdita di dignità morale che la Comunità Europea va subendo agli occhi del mondo intero, a causa del suo interessato disinteresse, della sua oculata miopia. E' la sola egemonia finanziaria e militare, che finisce per mostrarsi sempre più e sempre meglio per ciò che, miseramente, è.
E' forse in nome di questa calcolata miopia, che non s'è dato alcuno spazio ai firmatari dell'appello, in nome di un naturale diritto di replica a fronte delle numerose critiche mosse verso di loro?
Sebbene, come detto, non abbia aderito all'appello per alcuni aspetti che considero delle gravi lacune, credo che solo un dibattito libero e maturo possa contribuire a portare alla luce e colmare alcune delle carenze più vistose, nonché a denunciare la vera questione che ad ogni coscienza umana dovrebbe stare a cuore, la dignità di tutti.
Il primo ministro della Cambogia Hun Sen ha affermato che presentera' una richiesta in tribunale per ripudiare la figlia adottata anni fa perche' e' lesbica. La giovane ora e' andata via di casa e convive con una donna. "Ho educato il mio Paese, ma non sono riuscito a educare mia figlia", ha detto il premier di fronte ad oltre 3mila studenti e alti funzionari del governo riuniti per una cerimonia di laurea nella capitale Phon Penh. "Sono molto rammaricato per lei -ha aggiunto- e per questa vicenda di lesbiche che e' capitata in famiglia. Con mia moglie chiederemo al tribunale di estrometterla dall'asse ereditario".
Il premier ha poi ricordato di aver adottato la ragazza quando era 18 enne, "nel 1988 -ha raccontato- e da allora porta il mio nome. Aveva l'abitudine di portare le sue ragazze a casa e di dormire con loro".
La paura della famiglia, ha detto Hu, era che una di queste ragazze "portasse in casa bombe o veleni per ucciderci. Chi puo' saperlo?". Capo del governo da circa un decennio e accusato dall'opposizione di numerose violazioni dei diritti umani, Hu ha in tutto sei figli, rimasti sempre sconosciuti al grande pubblico: non e' mai stato rivelato neppure il nome della ragazza adottata 19 anni fa.
Inviato in gaylife

Il 7 Ottobre 2006 Anna Politkovskaja viene assassinata nell'ascensore del suo palazzo con tre colpi di pistola da quello che probabilmente era un killer a pagamento.
lavorava per
Nel 2001 fugge a Vienna in seguito a minacce di morte da parte di Lapin, un ufficiale dell'OMON (la polizia dipendente direttamente dal ministero degli Interni con emanazioni nelle varie repubbliche russe) da lei accusato di crimini contro la popolazione civile in Cecenia. Lapin viene arrestato per un breve periodo e poi rilasciato nel 2001. Il processo riprende nel 2003 per concludersi, dopo numerose interruzioni, nel 2005con una condanna per l'ex-poliziotto per abusi e maltrattamenti aggravati su un civile ceceno e per falsificazione di documenti.
Nel suo " Cecenia, il disonore russo" denuncia la guerra brutale in corso in Cecenia, in cui migliaia di cittadini innocenti sono torturati, rapiti o uccisi dalle autorità federali russe o dalle forze cecene. Durante la stesura del libro,

Nel 2004, mentre si sta recando a Beslan durante la crisi degli ostaggi, viene improvvisamente colpita da un malore e perde conoscenza. L'aereo è costretto a tornare indietro per permettere un suo immediato ricovero. Si suppone un tentativo di avvelenamento, ma la dinamica dell'accaduto non verrà mai chiarita del tutto.
Questa una sua dichiarazione:
« Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all'estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d'incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un'indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all'aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie.
Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci. »
La questione israelo-palestinese è solo in un secondo tempo od in certa misura una questione arabo-israeliana. Tempo fa mi sarei augurato ed anzi auspicavo che lo fosse integralmente; ora, invece, lo pavento e lo denuncio.
La società palestinese ha subito molte più ingerenze da parte dei Paesi arabi e musulmani, di quanti non siano stati gli effettivi sostegni politici da essi offerti alla sua causa di liberazione nazionale. La condizione sociale e politica degli abitanti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, nonché dei profughi palestinesi nei Paesi circostanti, ha rappresentato soprattutto una sorta di capitale politico per quei governi che vi hanno mercanteggiato le sorti di egemonie regionali, e di piccoli e grandi potentati economici.
Mentre il discorso filopalestinese italiano è innanzi tutto e precipuamente un discorso antisionista, quelle voci che riescono a trapelare dal fronte tradiscono piuttosto una coscienza affatto più pragmatica e consapevole.
Un coordinamento di associazioni pacifiste italiane è riuscito ad organizzare in questi giorni una piccola conferenza nel centro di Milano, cui hanno partecipato due esponenti della società civile palestinese in Libano, Walid Fakhreddine di Aid Lebanon ed Hisham Kayed dell'associazione Al-Jana.
Impegnati a vario titolo nella promozione delle condizioni sociali ed economiche della popolazione dei campi profughi, la loro priorità non sembra affatto l'acrimoniosa denuncia dei crimini israeliani in terra di Palestina - che come tali sono stati condannati da innumerevoli risoluzioni Onu - bensì un'analisi scrupolosa ed obiettiva dei numerosi fattori di disagio che condannano i Palestinesi del Libano ad una situazione di disperante marginalità.
La loro testimonianza, dunque, non ha vertito tanto sul dramma dei bombardamenti israeliani dell'estate 2006, o sull'orgogliosa reazione nazionalistica che avrebbe fatto ala alla resistenza armata dell'Hezbollah, quando invece sulla rivendicazione del diritto alla casa ed al lavoro: in Libano un palestinese non può comprare casa né ereditarla, e numerose attività lavorative gli sono precluse, salvo aggirare i divieti qualora le possibilità economiche e sociali lo permettano - eventualità quantomai remota per la stragrande maggioranza di coloro che vivono nei campi profughi. La priorità non sembra essere l'adozione di armamenti vieppiù temibili ed efficaci, bensì la promozione degli scambi economici e culturali tra la popolazione dei campi ed il resto della società libanese, a tutt'oggi piuttosto difficoltosi, e talora stentati. La prima preoccupazione degli abitanti palestinesi, oggi, non è l'illanguidirsi delle prospettive di ritorno alla propria terra natale, bensì l'imminente costruzione di alte palazzine governative al posto dei loro bassi caseggiati monofamiliari: se ciò avvenisse, non sarebbe più possibile decidere di elevare di un piano le proprie abitazioni; i figli appena sposati non avrebbero più un posto dove andare a vivere, e così i matrimoni si ridurrebbero sensibilmente.
La denuncia - vibrante, ripetuta ed inflessibile - è verso il governo libanese, verso la discriminazione ormai pluridecennale che esso ha di fatto applicato ai profughi palestinesi, nonché verso le potenze regionali che ne determinano l'instabilità, la debolezza e la corruzione. Il dito è perciò puntato, in particolare ed esplicitamente, verso Siria, Iran ed Arabia Saudita, che - viene affermato con candido disincanto - proprio come Stati Uniti ed Israele, fanno il loro gioco, a danno ed a carico dello Stato e della popolazione libanesi. Tale gioco, contraddittorio e profittevole, è ben esemplificato, tra gli altri, dalla condotta del Qatar: influente finanziatore dell'estremismo di matrice islamica, questo Paese ospita una delle più grandi basi militari statunitensi nel Golfo, nonché un'università ebraica, ed intrattiene cospicui rapporti finanziari sia con Washington sia con Tel Aviv.
E' in questo contesto e per tali agenti, che nei campi profughi e nelle società arabe la povertà può agevolmente condurre alla radicalizzazione degli odi tribali, al fanatismo con pretese ascendenze religiose, alla strumentalizzazione dell'indigenza nell'ottica di una lotta che ne ignora le reali esigenze, sacrificandole piuttosto ad interessi politici ed economici affatto ulteriori, distanti e conflittuali.
Questi due giovani rappresentanti dell'associazionismo filopalestinese in Libano descrivono con preoccupato distacco lo scontro di due opposti estremismi - quelli che qualcuno ha osato chiamare civiltà, indicando il tutto colla sua parte più meschina e deteriore: un estremismo liberista ed occidentalizzante, veicolo di interessi neocoloniali, da un lato; ed un fanatismo di pretese ascendenze religiose, asservito a prospettive di tipo geostrategico e finanziario, dall'altro.
La personale battaglia Walid ed Hisham parte dall'educazione dei ragazzini, dal loro coinvolgimento in attività ludiche impegnate in ambito sociale, e dalla promozione di una loro autonoma consapevolezza in senso storico e culturale, a fronte della crescente militarizzazione ideologica cui l'escalation del conflitto in Palestina, negli ultimi anni, ha condannato proprio i più giovani. Così come la diagnosi del problema appare nitida e consequenziale, la sua soluzione risulta altrettanto chiara e ragionevole: pace, democrazia, sviluppo, giustizia e lotta alla povertà, a partire dalle istanze reali di coloro che si vorrebbe sostenere, ma che spesso si finisce per non ascoltare nemmeno.
E' una lotta ed una responsabilità cui noi ci s'associa volentieri.
Da alcuni giorni ci arrivano notizie dall'estremo oriente. In Birmania, o per essere più corretti Myanmar, attualmente si sta svolgendo una rivolta pacifica dei monaci buddisti, scesi nelle strade a migliaia per protestare contro il regime che da decenni fa passare le pene dell'inferno a questo paese.
Ottima cosa, diranno tutti, testate giornalistiche comprese, tg compresi.
Ma io che sono una scassapalle ficcanaso volevo sapere chi fosse questo regime. Regime di qua... regime di là... ma regime di cosa? Di solito quando c'è una rivolta popolare, ovunque nel mondo, la prima ovvia cosa che si fa è far sapere contro che genere di governo si sta facendo questa rivolta, no? Qui invece questo regime birmano sembra qualcosa di indefinito, una nebulosa, un qualcosa di cui non vale la pena occuparsi. Per me 'sto Myanmar è lontano, so che sta nel sud-est asiatico e da qualche anno ho sentito che c'è un regime che ha arrestato più volte una signora piccolina e magra e dall'aria pacifica che tutti adorano. Questo è tutto ciò che sapevo prima di andare a ficcanasare in giro per trovare le risposte che nessuno sembra volermi dare di sua spontanea volontà.
E qui sta il punto: mi sono insospettita. Mi sono chiesta come mai tutti si concentrano sulle immagini delle sfilate dei monaci ma nessuno ci spiega contro CHI ce l'hanno. Chi è questo regime? Chi lo manovra? Cosa fa? Cosa vuole?
Ammettendo la mia ignoranza, ho cercato di rimediare:
Il governo democratico fu destituito nel 1962 da un colpo di stato militare condotto dal Generale Ne Win, che governò per quasi 26 anni e perseguì le politiche comuniste birmane, con la nazionalizzazione delle industrie, la soppressione dei partiti politici (1964),e la proibizione del libero scambio, che portarono all'isolamento del Paese dal resto del mondo, data l'assenza di diritti civili per la popolazione, così come di libertà di stampa.
Nel 1988, dopo le rivolte studentesche (rivolta 8888), che provocarono migliaia di morti, Ne Win si dimise, e fu proclamata la legge marziale, mentre il generale Saw Maung organizzò un altro colpo di stato. I programmi per le elezioni dell'Assemblea popolare furono finiti il 31 maggio 1989. Nel 1990, si tennero per la prima volta in 30 anni le elezioni libere. Il NLD (Lega Nazionale per la Democrazia), il partito di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la pace nel 1991, e figlia di Aung San, porta alla Assemblea Costituente 392 membri, su un totale di 485, ma lo SLORC (Consiglio di restaurazione della legge e dell'ordine di stato), spalleggiato dall'Esercito, si rifiuta di cedere il potere, rovesciando l'assemblea popolare, ed arrestando Aung San Suu Kyi, ed altri leader dell'NLD. Successivamente si cambiò il nome Birmania in Myanmar. Da allora comincia un periodo molto difficile per Aung San Suu Kyi, che, rimessa in libertà nel 1995, viene nuovamente arrestata nel 2000, liberata nel 2002, e nuovamente arrestata nel 2003. A tutt'oggi (2006) si trova agli arresti domiciliari. Il 27 marzo 2006, la giunta militare sposta la capitale nazionale da Yangon verso un luogo vicino a Pyinmana, ufficialmente chiamato Naypyidaw, che significa "la sede dei re". Nel Settembre del 2007 sono cominciate nuove proteste, capeggiate da Monaci Buddisti, che stanno facendo sperare in un cambiamento, in senso democratico, del paese.
[ Per leggere tutta la storia di questa nazione, andate qui. ]
Anvedi! Ora si scoprono gli altarini. Il misterioso ed innominato regime, è un regime comunista.
Domanda: com'è che nessuno ce l'ha detto? Com'è che una notizia fondamentale e semplicissima da spiegare non ci è stata data? In fondo non si tratta di spiegare all'italiano medio sbracato sul divano un concetto troppo complesso: se dici "rivolta dei monaci buddisti contro il regime" il suddetto italiano medio capisce... ma capirebbe altrettanto bene il concetto di "rivolta dei monaci buddisti contro un regime comunista che sta devastando il paese da quarant'anni".
O la "classe giornalistica" pensa che siamo tutti scemi e non ci ricordiamo cos'è stato il comunismo?
Eh... può essere... in effetti l'indottrinamento ha avuto ottimi risultati, stando a guardare la mia generazione.
Ma no... sono sicura che molti italiani più informati di me sapevano bene che tipo di regime vige in quel paese. Infatti non s'è visto uno straccio di manifestazione di solidarietà, una singola bandiera della pace, un solo bercio di protesta in favore di quei monaci buddisti.
Ovvio... primo perchè sono buddisti e non musulmani. Secondo perchè si ribellano ad un regime comunista.
Quindi tutti zitti.