La vita più degna di essere vissuta è quella che l’essere umano pone volontariamente al servizio di Dio; e poiché l’Altissimo “non ha bisogno delle Sue creature” [Corano 29:6] – le quali non possono aggiungere né sottrarre alcunché alla Sua Maestà – il miglior servizio che Gli si possa rendere è un’esistenza dedita alla cura della Sua creazione, ed innanzi tutto alla sua parte più eccellente, cioè l’umanità stessa.
E’ quest’assunto di fede ad aver guidato la condotta di vita e l’attività politica di uno dei più singolari e perseguitati riformatori islamici del XX secolo, che sarà poi conosciuto come “il Gandhi musulmano”.
Abdul Ghaffar “Badshah” Khan nacque nel 1890 a Utmanzai, un piccolo villaggio pasthtun della “Frontiera nordoccidentale” dei domini coloniali nell’India britannica. L’importanza strategica di quella regione e le grandi difficoltà di controllo del suo territorio montuoso, indussero gli inglesi a sottoporre questa provincia a condizioni di repressione particolarmente dure ed umilianti, a partire dall’artificiosa segmentazione delle popolazioni afghane tramite il tracciato della “Linea Durand”, confine che a tutt’oggi separa l’Afghanistan dal Pakistan. Abdul Ghaffar visse dunque fin dalla sua prima giovinezza, e con acuta lucidità, la drammatica contraddizione tra lo spirito fiero e combattivo delle genti pashtun – inclini alla lotta ed intolleranti verso qualsiasi forma di oppressione – e l’arrogante arbitrio degli invasori europei, che fomentavano le rivalità e le divisioni interne al sistema tribale afghano per minarne la coscienza di sé e la capacità di resistere in modo unitario.
Fu proprio un’intransigente esigenza di libertà e di rispetto di sé, d’altronde, a spingere il giovane khan a rifiutare l’arruolamento nelle truppe britanniche, che pure gli avrebbe garantito notevoli privilegi; rinunciando poi alla possibilità di proseguire i propri studi in Inghilterra, egli scelse di restare vicino alla sua famiglia ed al suo popolo, condividendone totalmente le difficoltà, le aspirazioni e le battaglie.
Nella sua opera riformatrice della società pashtun, Abdul Ghaffar si concentrò, da un lato, sul processo di liberazione dal giogo imperiale britannico e, dall’altro, sull’emancipazione dalla povertà e dal sottosviluppo di tutti gli abitanti della Frontiera. Non è infatti possibile progettare alcuna forma di indipendenza politica dal controllo straniero, senza occuparsi di creare le premesse sociali e culturali per l’edificazione di un’autonoma comunità civile.
Sul versante interno, in tal senso, risultarono prioritarie la diffusione dell’istruzione di base e dell’educazione sanitaria, l’espansione del ruolo dei giovani e delle donne nell’ambito dell’attività sociale, l’incentivo all’indipendenza economica e la pacificazione delle faide e della violenza endemica che affliggevano la società pashtun. Nei confronti dell’Impero inglese, la strategia di lotta all’occupazione si concentrò sulla lungimirante adozione della non-collaborazione e della resistenza civile: boicottaggi, scioperi ed aperte manifestazioni di dissenso si sostituirono ad imboscate, assedi e scontri armati, ed un disciplinato corpo di volontari nonviolenti con compiti di organizzazione e protezione civile – i khudai khidmatgar, i “servi di Dio” – subentrarono alle raccogliticce bande di rivoltosi che, sole, fino a quel momento avevano sostenuto ed espresso la volontà di liberazione del popolo pashtun. A tal proposito, Ghaffar amava ripetere che “un pashtun nonviolento impaurisce gli inglesi assai più di un pashtun violento”: reprimere numerose ribellioni armate risultò infatti assai meno difficoltoso, per il Raj britannico, che fronteggiare efficacemente un vasto movimento popolare di non-collaborazione, che attirava tanti più consensi ed adesioni quanto più crudelmente esso veniva perseguitato.
La redazione di un giornale in lingua pashtun permise la necessaria diffusione dei principi teorici e delle informazioni pratiche per l'avvio e la conduzione delle diverse campagne civili, oltre a coagulare costruttivamente alcune delle migliori energie della cultura afghana.
Fu proprio sul terreno della lotta al dominio inglese che il pio riformatore – colui che affermava spesso: “Ho un solo metro di misura, ed è la misura del proprio arrendersi a Dio” - strinse rapporti con molti esponenti del movimento di liberazione indiano, e soprattutto col suo leader carismatico, Mohandas Gandhi. Oltre che da un profondissimo senso religioso, essi furono accomunati dal più convinto sostegno all’unità hindu-musulmana nella resistenza al colonialismo e nella costruzione di una sola nazione indiana in cui si riconoscessero i credenti di entrambe le religioni. Proprio nel Mahatma e nel Badshah khan, peraltro, la tradizione hindu e quella islamica espressero due dei più coerenti ed originali interpreti delle rispettive Scritture sacre, che nello spirito di testimonianza e sacrificio, di servizio e dedizione incondizionati realizzarono nell’ambito della comune lotta di liberazione quel versetto coranico secondo cui “Venti [persone che siano] pazienti ne domineranno duecento [che non lo sono], e cento avranno il sopravvento su mille” [Corano 8:65].
“Il re dei khan” – badshah khan, titolo onorifico attribuitogli dalla sua gente – trascorse un terzo della sua vita in carcere – parlandone come di un insperato privilegio agli occhi di Dio - prima sotto la Corona inglese e, dopo il 1948, sotto il neonato governo nazionalista pakistano; fedele al detto per cui “non è questa la vita in cui riposarsi”, dedicò tutta la propria esistenza alla lotta per la tutela e la promozione dei diritti e dell’autonomia sostanziale delle genti pashtun, finché, minato nel fisico dalle lunghe vessazioni subite, morì alla tarda età di 98 anni.
Scrisse ai suoi seguaci, di cui rifiutò sempre ogni forma di venerazione, per minima che fosse: “Vi sto fornendo un’arma, cui né la polizia né l’esercito potranno resistere. E’ l’arma del Profeta, ma voi non lo sapete. La pazienza e la giustizia sono quest’arma: nessun potere sulla terra può resisterle.”