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venerdì, 29 febbraio 2008

Annotazioni tra gli scaffali - redattrice Eleida

Come ogni bibliotecaria che si rispetti, anch'io ho dei momenti di noia totale in cui non solo non c'è nulla da fare, ma non so nemmeno più cosa inventarmi per far qualcosa.
E così ieri mi son messa seduta accanto allo scaffale di storia italiana con in mano una penna ed un pezzo di carta. Quello che segue è il risultato.


    Churchill, uomo intelligente come pochi, disse che l'argomento migliore contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l'elettore medio. Santa verità, dico io.
Recentemente mi è capitato di discutere della questione immigrazione con dei conoscenti. Persone comuni, impiegati, operai in pensione, studenti...
Premetto che non parlo volentieri di questo argomento con chiunque, vittima anch'io della fondata paura (o sarebbe meglio dire "concreta possibilità" se non "certezza") di essere additata come razzista.
Ebbene, molte di queste persone hanno seguito quello che definisco "avvicinamento standard alla discussione". Ossia, prima fanno qualche blanda osservazione con il tono di qualcuno che sta parlando delle previsioni meteo. Poi fanno una pausa in attesa della reazione dell'ascoltatore.
Poi, a seconda di tale reazione, procedono.
Lasciano cadere l'argomento se l'interlocutore ha idee opposte, rimangono sul vago se l'altro è un moderato, o s'infervorano e spiattellano tutto ciò che davvero pensano se capiscono di poter essere compresi.
Non è mia intenzione fare la morale su questo atteggiamento che alcuni potrebbero definire poco coraggioso. Arrivo subito al punto.
Le mie discussioni con queste persone cadono spesso nella terza categoria.
Partono con la classica frase "come si stava bene una volta"... "si poteva uscire di casa senza aver paura...". Poi arriva lo tzunami. E io ascolto, perchè lo vedo che hanno bisogno di sfogarsi. Tutti ne abbiamo bisogno.
Ecco il punto: spesso ho sentito dire frasi, rivolte agli immigrati, tipo "ribbutarli tutti in mare", "riaprire i forni", "fuori tutti", "pulizia!" eccetera.
Quando la gente comune parla in questo modo, non può non essere sincera. Non ha motivo di mentire! Anzi, se fosse costretta a mentire, parlerebbe come i politici... e non ho mai sentito un politico fare certe affermazioni.
Il problema è la reazione che i più cretini hanno quando sentono frasi come quelle citate.
Urlano "mamma li nazisti".
No.
La gente comune non è nazista.
La gente comune è stanca. E' esasperata. E' spaventata.
E reagisce nell'unico modo possibile. Aggredendo per non essere più aggredita.
Ovvio che nessuno dice "riaprire i forni" o "ributtarli tutti in mare" in senso letterale. Non sono una sociologa ma mi sembra chiaro che la difesa a parole si rifà ad atteggiamenti estremi che difficilmente verrebbero applicati.
Quello che mi fa più incazzare, invece, è la reazione dei cosiddetti benpensanti. Quelli cioè che ballano al gay pride nudi come foche imbrillantinate ma si scandalizzano se la massaia al mercato rincorre una zingara che le aveva fregato il portafoglio gridando "zingara bastarda". Secondo loro cosa avrebbe dovuto fare la massaia? Urlarle "sì, ecco, prendilo pure per i tuoi 15 pargoli perchè quei cattivoni razzisti del comune vi danno pochi soldi per non far niente tutto il giorno!"?
Vorranno scusarmi, lor signori, ma se qualcuno cerca di rapinarmi io agisco d'istinto.
E l'istinto è una brutta bestia che ci obbliga ad essere sinceri.
Lor signori, piuttosto che sbarrare gli occhi, sdegnati e sconcertati, dovrebbero chiedersi perchè la gente, quando parla sinceramente, esprime opinioni così "estremiste". Inutile che vi allarmiate per il sintomo ("buttateli a mare") e cerchiate di curarlo ripetendovi che la causa della malattia non esiste.
Ci parlate mai con la gente? La ascoltate senza fare commenti così da poter capire cosa realmente pensano? O vi ostinate a rimbeccare facendo sì che l'altro si chiuda la bocca per non passare per l'ennesimo nazista della vostra lista nera?

Ecco il il punto. Ascoltare la gente.
Il cittadino medio se ne frega della tanto sventolata "democrazia" quando viene rapinato, pestato, quando sua figlia viene violentata in centro città alle 2 del pomeriggio. Se ne sbatte altamente del rispetto del prossimo quando il prossimo sputa sulle più basilari regole di convivenza. Se ne frega della libertà di culto, anche se non entra in chiesa da 40 anni, quando un manipolo di barbuti appena sbarcati con zucchetto bianco e ciabatte pretende di cambiare leggi, norme morali e consuetudini millenarie di casa sua.
Ci arrivate o ve lo devo spiegare con le bacchettate sulle mani? Volete starmi a sentire o guardate il praticello verde fuori dalla finestra?
Qui non ci sono praticelli verdi. Qui c'è solo una gran distesa di merda, e sarebbe ora che tutti iniziassero a sentirne la puzza.

learighetti.splinder.com
lunedì, 11 febbraio 2008

BUONA GIUSTIZIA


Sono detenuti nel carcere di Guantanamo

11/9, Pentagono chiede la pena di morte per i 6 incriminati

Washington.

Gli Stati Uniti chiederanno la pena di morte per i sei sospetti terroristi, tra i quali Khalid Sheikh Mohammed, incriminati per l'11 settembre. Il generale Thomas Hartmann, consigliere legale per i tribunali militari istituiti dagli Stati Uniti per processare i 'combattenti nemici', conferma la notizia anticipata dalla stampa americana: il Pentagono processerà i sei presunti terroristi detenuti nel carcere di Guantanamo Bay, a Cuba, e accusati di avere preso parte alla pianificazione degli attacchi condotti dai 19 kamikaze a New York e Washington, chiedendo che vengano condannati a morte.Mohammed, considerato il regista degli attacchi, e gli altri cinque imputati dovranno rispondere a 169 capi di imputazione tra i quali omicidio, cospirazione, attacco contro civili, terrorismo e dirottamento. Per Hartmann sono responsabili di aver preso parte a un "piano, molto complesso e di lunga gestazione, di al Qaeda per attaccare gli Stati Uniti". Un piano che ha portato alla morte di quasi 3mila persone negli attacchi di sei anni fa. Gli altri cinque incriminati, che saranno processati insieme da uno stesso tribunale militare, sono: Mohammed al Qathani, considerato il 20esimo dirottatore, Ramzi Binalshibh, che avrebbe tenuto i contatti tra i kamikaze ed i leader di al Qaeda, Ali Abd ad-Aziz, nipote e luogotenente di Mohammed, il suo assistente Mustafa Ahmad al Hawsawi e Waleed bin Attash, che avrebbe reclutato i dirottatori.

Una nazione seria che ammazza dei fottuti criminali, peccato non trasmettano le esecuzioni in diretta, era un evento da festeggiare con popcorn e coca cola...

Marco Panattoni
martedì, 05 febbraio 2008

IL FIGLIO DI OSAMA BIN LADEN

fig1Il lunedì sera, quando rientro dall'allenamento di pugilato, non c'è un cazzo in televisione e mi guardo un bel programma di Sinistra, "Niente di Personale" su LA 7.

Piroso è astiosamente di parte ma il programma è interessante.

Ieri Piroso ha intervistato il figlio di Osama Bin Laden (che sembra davvero un'idiota come nell'imitazione delle Jene) e che alla fine dell'intervista si può definire anche gran figlio di (...), che a domande precise ha dato le seguenti risposte:








Domanda:
lei cosa ne pensa del fatto che in molti paesi arabi le donne non possano votare ed abbiano meno diritti dell'uomo?

Risposta: penso che da noi c'è il matrimonio poligamo ma non veniamo ad imporlo a voi, quindi come non vi imponiamo di farci sposare più donne in Occidente non veniteci a dire cosa fare a casa nostra con le nostre donne e le nostre leggi.

E via così, continuando ad ogni domanda di Piroso che lo infastidiva su cose serie, violenza sulle donne, integrazione, ha continuato in sintesi a dire di farci i cazzi nostri. Peccato che qui in Italia vengano poi a pretendere ed a comandare e se osiamo alzare la testa i razzisti siamo noi.

Integrateveli voi personaggi del genere, io non ci riesco, riesco ad integrarlo con lui a casa sua ed io a casa mia, ed ancora una volta a vedere simili personaggi ribadisco PADRONI A CASA NOSTRA.

Di seguito il video dell'intervista dal sito di LA 7, in due parti.

Marco Panattoni.

www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp

www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp

lunedì, 12 novembre 2007

Paura e identità: a monte della xenofobia -redattore Ibrahim 'Abd an-Nur Gabriele

Nel 2004, prima delle ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, Dale Maharidge scriveva:

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walmart"La sola paura di un altro attacco terroristico rappresenta di per sé una forza notevole nella politica americana. Ma la paura collegata con la rabbia rappresenta una miscela particolarmente esplosiva.
Gli attentati dell'11 settembre non costituirono semplicemente la genesi, ma un amplificatore di tensioni preesistenti in una economia radicalmente trasformata come quella dell'America, da una potente macchina industriale a milioni di posti di lavoro del genere Wal-Mart. Non è possibile trasferire milioni di lavoratori da posti di lavoro ad alto reddito a lavori a basso reddito senza un costo sociale e politico. Si tratta di una verità fondamentale che è stata ignorata durante lo sviluppo della cosiddetta new economy.

Se andate a scavare fra quanti si dicono a favore della guerra in Iraq e anti-arabi, oppure sminuiscono la gravità dei fatti di Abu Ghraib, ascolterete storie di persone che non hanno diritto al proprio piano pensionistico 401(k) - - storie di assistenza sanitaria carente o inesistente, di posti di lavoro persi. Ci sono attualmente un milione di posti di lavoro in meno rispetto a quando George Bush ha assunto l'incarico, e la diminuzionedei posti di lavoromeglio retribuiti nell'industria manifatturieraè stata sbalorditiva.

[..] Alla vigilia di un'elezione presidenziale, 72 anni dopo quella che vide Roosevelt contrapposto a Hoover, gli americano non insorgono per il cibo, e i veterani senzatetto non marciano su Washington. Ma ci sono altri modi in cui la rabbia può esplodere.
Da trent'anni si è andata sviluppando una tendenza nascosta.
Le cosiddette talk radio rappresentano solo un esempio del modo in cui è cresciuta la rabbia. Nel 1980 c'erano 75 stazioni radiofoniche a livello nazionale interamente dedicate ai talk show. E gli ospiti conservatori non erano poi così numerosi. Oggi ce ne sono 1300, e i conservatori imperversano ovunque. Non è una coincidenza il fatto che la popolarità di questi programmi sia aumentata insieme al declino dell'economia industriale, mentre in seno alla società americana montava la rabbia. Questi programmi non sono stati una causa, ma la risposta al libero mercato.

Quanto è grave la situazione? Durante le elezioni del 2000 ci recammo in Texas e in Tennessee per incontrare alcuni degli 11,6 milioni di bambini ridotti in povertà - il 77 per cento aveva almeno un genitore che lavorava, secondo i dati del Children's Defense Fund. Poiché gli stipendi erano di livello dickensiano, molti genitori erano costretti a elemosinare il cibo dagli enti caritatevoli.
Durante quello che fu definito il periodo di crescita economica più forte della storia, America's Second Harvest - la rete nazionale di banche alimentari - distribuì nel 2000 oltre 450 milioni di chili di prodotti alimentari, più del doppio della quantità distribuita nel 1990. Ma non fu abbastanza: molte delle banche alimentari terminarono le scorte.
La disperazione che trovammo nelle case della classe lavoratrice americana durante quell'anno delle presidenziali fu uguale a quella di cui fummo testimoni tra i senzatetto all'inizio degli anni Ottanta. In molte case andai a spiare nei frigoriferi e li trovai vuoti. Non bisogna mai sottovalutare la rabbia di un genitore che mette a letto un figlio affamato.

Molte delle persone arrabbiate che intervistai dopo l'11 settembre - quelle che ascoltano o guardano volentieri Rush Limbaugh o Bill O'Reilly - sanno che i loro impieghi ad alta retribuzione sono scomparsi per sempre o rischiano di sparire. Il loro umore, immagino, è come quello di chi era a destra negli anni Trenta e che sentiva che l'economia non si sarebbe mai ripresa; Limbaugh, O'Reilly e altri sono i loro Father Coughlins.
E questo non vale solo per chi è alla base della piramide. Un tecnico del software a Portland, Oregon, mi ha raccontato di recente che alcuni dei suoi colleghi sono diventati fortemente di destra, temono per il loro posto di lavoro e sono arrabbiati.

Ci sono decine di milioni di lavoratori americani che vivono in una depressione virtuale, in una Weimar virtuale. La loro rabbia è reale, così come la loro paura. Ignorarla è pericoloso. La destra ha accolto questi sentimenti assumendo posizioni decise con la "guerra preventiva" o intensificando la xenofobia."

Di lì a poco, le osservazioni di Maharidge avrebbero trovato la migliore conferma nella rielezione a Presidente degli Stati Uniti di George Bush, nonostante avesse fino ad allora operato molto peggio di tutti i presidenti del dopoguerra, e forse dell'intero XX secolo. Nonostante il record di affluenza elettorale - che avrebbe dovuto teoricamente avvantaggiare la causa democratica - Bush vinse con un margine di oltre 3 milioni e mezzo di voti, il più ampio che si sia registrato nella storia recente delle elezioni americane.

Il trionfo politico repubblicano sintetizzò due istanze istintive: la paura e l'esigenza identitaria. Gli elettori finirono coll'approvare la sostanziale limitazione dei diritti democratici individuali in nome di una securtarizzazione del senso comune; avvallarono, egualmente, la sistematica disattenzione all'habeas corpus, per cui specifiche interpretazioni legislative permisero la tortura e le molestie sessuali a danno di prigionieri che non erano stati accusati, e tantomeno condannati, per alcun reato. Nemmeno l'assoluta mancanza di trasparenza circa i motivi addotti dalla Presidenza per giustificare l'invasione dell'Iraq - per non dire la mendace pretestuosità che li contraddistinse - ha rappresentato un sufficiente motivo di scandalo e disaffezione.

L'attenzione si concentrò piuttosto sui cosiddetti "temi morali", considerati assolutamente prioritari da quasi un quarto degli elettori americani dell'epoca - la maggior parte dei quali confermò la sua fiducia al presidente uscente. Furono il divieto dell'aborto e dei matrimoni sessuali, fu la promozione dell'insegnamento evangelico nella scuola pubblica e la prospettiva di una politica estera confessionalmente connotata, a determinare il coagulo di consensi attorno ad un candidato che dell'Atto Patriottico aveva fatto un credo ed una bandiera.
Negli Stati Uniti è stata dunque la cosiddetta destra evangelica a veicolare questo serbatoio di consensi identitari, riaffermando in ambito post-moderno quel cardine fondamentale alla società americana che è l'esperienza pietistica dei padri pellegrini fondatori della Patria.

Precarizzazione e disordine sociale rappresentano una realtà vieppiù diffusa anche in Europa, ormai. In Italia, in particolare, gli ordini di problemi sono almeno due.
Da un lato, la società non vanta una coscienza pluriculturale simile a quella degli altri Paesi europei, e tantomeno degli Stati Uniti; le politiche migratorie non godono né di un efficace retroterra  coloniale né di un'apertura a modelli di melting pot che facciano della diversità un motivo identitario. Ciò ha contribuito al loro sostanziale asservimento a disordinati interessi industriali, che solo in piccola misura badano alla necessarie esigenze di dignità dei cittadini stranieri immigrati in Italia e di sicurezza sociale dei cittadini italiani lasciati in balìa degli "effetti collaterali" (sic) delle dinamiche migratorie connesse alle logiche finanziarie globalizzanti.
Le tendenze e le pulsioni xenofobe trovano dunque un terreno culturale meno preparato ad affrontarle, ed i cittadini stranieri rappresentano un capro espiatorio maggiormente distinguibile dalla maggioranza della popolazione autoctona.

D'altra parte, una univoca identità culturale di riferimento risulta perlopiù confusa e corrosa. L'Italia patisce la complessità di una processo unificativo recente, che all'interno di una plurisecolare cultura condivisa distingue anime talora assai contrastanti; le quali, ad esempio, sul tema della laicità riconoscono un motivo di disputa e contesa. La cultura cattolica - considerata a ragione uno degli aspetti inamovibili dell'identità europea - è in tal senso troppo antica e radicata nelle istituzioni ecclesiastiche per lasciarsi completamente piegare alle esigenze spettacolaristiche e modernizzanti cui l'evangelismo carismatico si presta spesso con entusiasmo. Inoltre, la cultura italiana contemporanea vi si oppone, concisamente, per almeno due aspetti: un patrimonio anticlericale di matrice risorgimentale e la naturale adesione ad un più o meno tacito modello consumistico-economicistico eterodiretto.
Appare perciò difficoltoso un effettiva maturazione di un'identità coagulante, coerente, che tanto più si pensa genuina e tradizionalmente strutturata tanto meno risulta compatibile colle tendenze disgreganti e spersonalizzanti della cultura contemporanea.

Sebbene questo tipo di questioni si prestino agevolmente ad approfondimenti degni d'ogni interesse, è curioso notare come quei cosiddetti "atei devoti" (sic) autoproclamatisi tutori di una qualche identità nazionale non possano che limitarsi a reiterate, ossessive enunciazioni di vago principio, senza poi poter concretamente calcare una qualche impronta precisa su un fondamento teorico che appare effettivamente inadeguato, se non insicuro.
D'altronde, quest'identità brandita, prontamente invocata a fronte dell'emergenza della diversità - sia essa etnica culturale o religiosa - viene poi silenziosamente riposta dinanzi ai peggiori sintomi di corrosione che infestano la società medesima: dal vertiginoso aumento del consumo di alcool e droghe da parte degli adolescenti e del cittadino medio, alla prosperità degli affari della criminalità organizzata, alla crescita incontrollata degli abusi e delle violenze sulle donne, a partire dal contesto familiare, e via via in tal senso.
Non è forse un caso che sia
la Lega Nord a rappresentare una delle espressioni più significative - e maggiormente considerate come tali - di questo schizofrenico paradosso identitario: contro gli immigrati ma anche contro parte della popolazione italiana; di vocazione cristiana ma anche celticheggiante; campanilistica ma anche imprenditoriale su scala mondiale. I maiali di cui si fa promotrice, in fondo, non fanno che veicolare "impurità" ben più gravi e rancorosamente problematiche di quanto non si sospetti.

Una società che non possa immediatamente chiudersi a riccio su un'identità reattiva ed esclusiva lascia dei margini di manovra a quei suoi elementi che non intendessero lasciarsi dominare dalla logica della psicosi collettiva. D'altra parte, una società che non abbia nitida coscienza di seppur vaghi riferimenti cui rivolgersi risulta maggiormente esposta alle peggiori suggestioni xenofobe ed alle più temibili tentazioni pseudo-giustizialiste.
L'occasione è dunque grande tanto quanto il rischio. E' nostro dovere impegnarci nella prima, per scongiurare il secondo.

Ibrahim 'Abd an-Nur Gabriele
 
domenica, 07 ottobre 2007

VOMITO

Jack Bauerstasera, guardando Lucarelli mi veniva il vomito.

Con molta semplicità sono stati assolti o giustificati gli omicidi di matrice palestinese, e Lucarelli ha difeso a spada tratta la puttanata fatta dalla magistratura su Abu Omar.

Per chi non se lo ricordasse, Abu Omar era l'Iman di Milano. Visto che la CIA pensava fosse un terrorista, si è accordata con il nostro servizio segreto, il SISMI, lo ha rapito e fatto interrogare in Egitto, dove la tortura è ammessa.


E allora?

Se vostra madre fosse morta in un attentato, ed aveste pezzi del suo cervello addosso a voi dopo che è scoppiata la bomba, sareste ancora indignati?

Mi fa schifo questa indignazione.

Gente come noi italiani, che abbiamo evitato il terrorismo vendendo la nostra pace in cambio dell'immunità pratica dei terroristi sul territorio (e lo ha detto persino Lucarelli tra un parlamentare di Rifondazione ed uno dei DS...) con che cazzo di dignità ci indignamo?

Pensate a questo. State andando al lavoro, e la metropolitana dove siete esplode.

E la vostra ragazza, quella che volete sposare, è ora un mosaico di carne, di cui buona parte addosso a voi per l'esplosione....

E adesso ditemi, se qualcuno rapisce presunti terroristi per evitare questo, voi che cazzo dite?!

che non è giusto torturarli?

che non si tutelano i loro diritti ad un giusto processo?

MA CHI CAZZO HA TUTELATO I DIRITTI DEI MORTI DELL'11 SETTEBRE, DI MADRID O DI LONDRA?!

E' troppo facile indignarsi e fare i paladini dei diritti quando il problema non ci tocca.

Ho il vomito.

Io dormo più tranquillo sapendo che esistono servizi segreti che torturano dei bastardi figli di puttana ed impediscono agli stessi di mettere una bomba sulla metropolitana, e ne sono lieto visto che LA METROPOLITANA LA PRENDO ALMENO 1 VOLTA A SETTIMANA ED OGNI VOLTA CHE ESCO RINGRAZIO DIO CHE NON SIA SUCCESSO NULLA.

C'è troppa gente che pensa solo alle garanzie dei criminali, e quindi semi libertà, indulto, non si devono torturare i terroristi, ma TROPPO POCHI PENSANO ALLE VITTIME.

Da parte mia, legalizzerei tortura e pena di morte direttamente qui, si evita la benzina dell'aereo, e prenderei tutti gli indignati e li porterei negli obitori dove ci sono le vittime fatte a pezzi dagli attentati.

Indignatevi di fronte alle vittime, non di fronte ai colpevoli, ed auguriamoci per la nostra sicurezza che i Jack Bauer veri esistano e che continuino a fare il loro lavoro.


Marco Panattoni

per la prima volta edito un post, quindi questo testo è apposta di colore diverso.

E' opinione di alcuni lettori che il limite debba esserci e che se vengono toccati i nostri affetti, quindi se rapiscono per errore mio papà, io non la penserei così.

Benito Mussolini disse che non esistono cose piccole o grandi, c'è solo il dovere.

Io la penso come lui.

Se rapissero me, se torturassero me per errore e questo salvasse delle vite perchè oltre a me hanno rapito anche veri terroristi, è un prezzo che come cittadino mi sento di pagare.

O siamo parte dello Stato, e quindi il bene di uno è inferiore al bene di molti, o ce ne fottiamo, e se pensiamo solo al nostro di bene, lo Stato non funzionerà mai.

E questo lo ha detto Kennedy.
domenica, 30 settembre 2007

Tariq Ramadan: un intellettuale "controverso" redattore Gabriele Ibrahim 'Abd an-Nur

ramadanLa maggior fortuna di Tariq Ramadan, alla lunga, saranno i suoi critici.
Ho cominciato ad interessarmene da qualche tempo, essendo il suo pensiero una sorta di forca caudina entro cui ogni musulmano che esprimesse una qualsiasi opinione pubblica è costretto a confrontarsi: "Ma tu cosa ne pensi di Tariq Ramadan?"
Un intellettuale controverso, com'è puntualmente definito, con un ritornello che come una litania s'insinua nell'ascoltatore, che alla fine non può che convincersene: qualcosa che non va, 'sto Ramadan, dovrà pure avercelo, per essere così controverso.

Io, questo qualcosa che non va, non l'ho ancora trovato. Chissà, può darsi che abbia letto male finora, e che la magagna sia lì lì per saltar fuori. Ad oggi, comunque, tra i suoi libri e tra i suoi articoli ho scorto soltanto una preparazione culturale di uno spessore e di una varietà notevolissimi, di gran lunga più solida e diversificata di quella propria alla media degl'intellettuali contemporanei; una coscienza della fede ed una conoscenza della dottrina islamica profonde, rigorose ed intellettualmente costruttive; un'apertura al dibattito socioculturale contemporaneo connotata da una spiccata consapevolezza, e da un'adesione al discorso politico matura ed originale; infine, una disponibilità al confronto che, pure nella prudenza rispetto alle derive della polemica fine a stessa, si esercita anche, se non soprattutto, nei confronti di coloro che  si dimostrano più critici - spesso aprioristicamente - nei confronti suoi, della sua opera e del suo retroterra culturale.

In tal senso, è singolare che sia proprio Ramadan a poter osservare, circa il pensiero democratico: "E' assurdo che si discuta circa l'opportunità di dialogare con me". Da un lato, infatti, ciò neutralizza tutte le premesse liberali che il suddetto pensiero contemporaneo vorrebbe darsi, ed in nome delle quali pretende di porsi tale scrupolo di disponibilità: insomma, a dispetto di Voltaire, oggi devi pensarla come me prima che io ti dia la parola.
D'altra parte, i cosiddetti polemisti del dialogo - coloro che negano, recisamente, finanche l'opportunità democratica (sic) di discutere le posizioni del prof. Ramadan - fingono di dimenticare di essere già in relazione dialettica colle sue tesi: il risultato non è, quindi, un ipotetico, eroico isolamento intellettuale del controverso professore - col quale, in fondo, si limitano a non voler intrattenere personalmente un dibattito pubblico - ma solo l'accumularsi di invettive unilaterali, che pure ci sono ed in abbondanza, cui non si dà possibilità di replica. In nome delle premesse del pensiero liberale, comunque.

E' così che su Tariq Ramadan hanno potuto accumularsi col tempo dicerie ed addirittura leggende, piuttosto che posizioni nitide e discussioni obiettive, solidamente fondate sulla lettera dei suoi libri, articoli, conferenze e dibattiti pubblici. E' così che il suo pensiero ha potuto essere sezionato, estrapolato citazionisticamente, traviato più o meno deliberatamente, senza che si permettesse al diretto interessato di chiarire, correggere, ribadire, approfondire alcunché.
C'è una sostanziale ignoranza nei confronti del pensiero di colui che viene spesso additato come esempio lampante del temibile "neofondamentalismo islamico", perfino tra i suoi critici più accaniti. Eppure tale ignoranza può a tutt'oggi sopravvivere, prosperare ed autolegittimarsi, finché all'autore sono inibite le occasioni di confronto pubblico, impedendogli così di far conoscere le sue reali posizioni e di smentire le costruzioni ideologiche che gli sono arbitrariamente attribuite. In una parola, solo l'imposizione del silenzio può perpetuare la menzogna.

Capita però che in certe occasioni il velo dell'aprioristico ostracismo culturale si levi, e permetta all'autore di interloquire, prima ancora che coi suoi oppositori, col pregiudizio che essi hanno giudiziosamente instillato nella pubblica opinione.

giulianoferrara
E' capitato l'altra sera, alla trasmissione Otto e mezzo di Giuliano Ferrara. Intervistato, a fronte di domande esplicitamente, gratuitamente polemiche ed insinuanti, Tariq Ramadan ha dovuto dedicarsi perlopiù a ribadire o chiarire punti di vista già espressi e riaffermati più e più volte, ed a correggere citazioni od attribuzioni parzialmente o del tutto errate, se non inventate di sana pianta. Con un piglio interlocutorio che ha efficacemente contrastato l'arrogante presunzione esibita dal dott. Ferrara, il prof. Ramadan si è perciò dedicato a mettere quanto più possibile in evidenza le sue posizioni, assolutamente condivisibili, sul diritto all'apostasia, sulla promozione del ruolo e della coscienza femminili, sulla ferma  contrarietà alle pene corporali ed alla pena di morte, così come al terrorismo suicida, nonché sulla necessità di ripensare creativamente la cittadinanza e la partecipatività civica, e di ribadire l'assoluta compatibilità tra diritto civile e diritto shara°itico, così come tra cittadinanza e fede, nell'ottica di un ritorno alle fonti religiose che ne contempli in modo maturo e complessivo sia la lettera, sia le condizioni ed il contesto ad essa connessi.
Temi, posizioni e prospettive che meritano tutta l'attenzione e l'approfondimento che l'attuale discorso politico, mediatico e culturale non sembra affatto disposto a concedere.

La reazione del conduttore, in tal senso, è stata emblematica. Dopo aver spiegato che in realtà gli attentatori dell'11/9 sono veri e proprio eroi per tutti i musulmani - laddove, a precisa domanda, Ramadan li aveva immediatamente definiti degli assassini - ha poi incentrato una vera e propria requisitoria su una prefazione che ha candidamente ammesso di non aver mai letto, parlandone quindi per sentito dire, dimostrando una pochezza intellettuale che non gli si sospettava - nonché costringendo il prof. Ramadan all'ennesima spiegazione, né giustificante né apologetica, bensì solo e soltanto chiarificatrice di ciò che egli ha effettivamente scritto e sostenuto.
E' curioso che proprio il filmato dell'intervista sia uno dei pochi che a tutt'oggi non è disponibile in rete, sul sito del programma di La7.

Sembrano due, in generale, i metodi utilizzati dai critici di Tariq Ramadan.
L'uno riguarda la sua "ambiguità": è facile, soprattutto presso un pubblico europeo, affrancare l'idea che un intellettuale islamico si rivolga diversamente ai musulmani ed ai non-musulmani. Questo ragionamento, d'altra parte, ha due evidenti lacune.
Da un lato, infatti, il discorso del prof. Ramadan si sviluppa innanzi tutto in lingue e contesti europei, e perciò ampiamente comprensibili dall'opinione pubblica occidentale; molti dei suoi interlocutori tra i giovani musulmani, infatti - immigrati di seconda o terza generazione - non hanno una piena padronanza dell'arabo, ed adottano piuttosto il francese, l'inglese o l'italiano come prima lingua. Ciò rende le tesi di Ramadan ampiamente comprensibili, e proprio in quanto tali esse sono discusse e discutibili.
In secondo luogo, è possibile "monitorarlo" nei suoi incontri pubblici, interni alle comunità islamiche o rivolti ad un pubblico più eterogeneo, così come nei suoi interventi sui media. Lui stesso, tra il serio ed il faceto, ribadisce quest'invito più e più volte, e racconta che in qualche occasione è capitato davvero che alcuni giornalisti lo seguissero per più giorni proprio per costatare che non assumesse posizioni eterogenee tra un contesto e l'altro. Lo racconta divertito, ma anche evidentemente soddisfatto: alla prova del nove, la questione della "doppiezza" si rivela per quel che è, un meschino artificio retorico che storicamente s'indirizza verso gli esponenti di minoranze religiose e culturali.

L'altro metodo frequentemente utilizzato dai critici del dott. Ramadan è quello della delegittimazione. Lo stesso Ferrara ha frequentemente provato ad affrancare la tesi per cui le "belle parole" di Tariq Ramadan contraddirebbero l'ortodossia islamica - di cui Ferrara, così come tutti i piromani dell'islamofobia, sembrano ritenersi i soli e legittimi tutori ed interpreti.
In una parola, Ramadan è considerato "islamico" nella misura in cui sembra possibile additarlo come "pericoloso", "ambiguo", connivente col terrorismo" e così via; smette di esserlo, invece, quando le sue tesi si dimostrano con sempre maggior evidenza "pericolosamente" prossime - fino a coincidervi - all'etica dello Stato di diritto, del rispetto della persona e della promozione dei suoi diritti, della solidarietà sociale e culturale e dell'impegno politico nell'ambito di un discorso esplicitamente democratico e pluralista.
A poco sembra valere, per i suoi detrattori, l'analisi rigorosa che il docente franco-egiziano opera a partire dalle fonti islamiche, e tramite un ragionamento che si avvale dei metodi classici della tradizione esegetica - e che perciò gli riconosce a pieno titolo una posizione ortodossa, seppur naturalmente discutibile all'interno di questa stessa ortodossia, di per sé pluralista. E' lecito dubitare, invece, che chi gli rivolge quest'accusa di "eterodossia" abbia mai avuto effettivamente a che fare con un suo testo, così come con un qualsiasi testo fondante la filosofia, la giurisprudenza e la dottrina tradizionale dell'Islam. dan.,

Questi due procedimenti tendono fondamentalmente a dare legittimità al pregiudizio, tramite il quale l'ignoranza si fa presunzione, e le cui aspettative divengono parametro di veridicità; per quanto queste possano essere assurde o pretestuose, le sole opinioni legittime o credibili sono quelle che più fedelmente le confermino e le rafforzino. Qualora ciò non avvenisse, o sei un mentitore o non sei rappresentativo, ed affinché questa "forbice delegittimante" non s'incrini devi essere relegato nell'impossibilità di introdurre nel discorso ulteriori elementi di complessità.

Nel caso di Tariq Ramadan, questo processo di delegittimazione si è fatto tanto più intenso e pervicace, quanto più egli si è dimostrato carismaticamente in grado di sopraffarne le insidie. Eppure è proprio tale ossessivo inasprimento polemico, in ultima istanza, a tradire la propria pregiudizialità ed a denunciare la propria pochezza, rappresentando così la più seria ipoteca sulla sua stessa credibilità.
Il prof. Ramadan, lo si voglia o meno, rappresenta un riferimento autorevole per molti musulmani europei. D'altronde, così come è criticato in Occidente, egli trova altrettanti detrattori nel mondo arabo, che gli attribuiscono orientamenti eccessivamente "modernisti". E' naturalmente possibile dissentire su questo o quel punto del suo pensiero, così com'è possibile notare che alcuni aspetti della sua riflessione risultano più o meno maturi e condivisibili di altri. Ciò che pare necessario, invece, è approcciare finalmente gli esiti della sua riflessione con reale onestà, per quanto irremovibilmente critica; solo in tal modo, infatti, sarà davvero possibile formulare un giudizio equilibrato sulla sua figura intellettuale, così come sulle prospettive che la sua opera dischiude nell'ambito dell'Islam contemporaneo.

Gabriele Ibrahim 'Abd an-Nur